Il tema dell’allontanamento famigliare del minore, è delicato e meriterebbe approfondimenti sociologici e normativi che porterebbero lontano, tanto che anche il comunicato ricevuto da Maria Zatti, presidente dell’Associazione “Donna Chiama Donna” ed Emanuela Natoli che, invece, presiede “Movimentiamoci Vicenza” è davvero lunghissimo: quasi ci si perde ma tenteremo di sintetizzarlo senza sminuirne l’importanza.
L’attenzione, anzi, ci è sembrata obbligata per quanto negli ultimi mesi si è parlato della “casa nel bosco” e dei figli sottratti ai loro genitori: caso che sta facendo molto discutere e, come al solito, ha diviso l’opinione pubblica.
Maria Zatti ed Emanuela Natoli, da sempre al fianco delle donne e dei loro figli nella lotta contro ogni forma di violenza fisica, economica, psicologica, verbale e istituzionale, in questo caso commentando una sentenza del Tribunale di Vicenza della scorsa settimana, dicono:
“Basta con l’alienazione parentale: è solo una teoria scientifica”.
Cosa ha mosso le due associazioni
A colpire ed indignare profondamente le due impegnate presidenti, è stata la notizia pubblicata sui media locali, riguardante l’allontanamento di un bambino di otto anni dalla madre e il suo inserimento in comunità.
Il caso
Dopo la separazione dei genitori, il minore non vuole tornare a vivere con il padre ed anziché essere lasciato alla madre, sarebbe destinato ad una comunità.
Non sarà, per caso, un altro sequestro di Stato? E se il bambino avesse solo paura del genitore che avrebbe usato violenza verso lui stesso e la madre?
Insomma, acquisito anche il parere di un esperto, secondo il Tribunale il bambino dovrebbe:
- passare i pomeriggi in una comunità diurna;
- tornare dalla mamma solo dopo cena;
- vedere il padre tutti i giorni;
ciò al fine di ricostruire il rapporto con il papà, nella speranza che gli educatori possano aiutarlo a “guarire” dalla sindrome di alienazione parentale (Pas) di cui soffrirebbe.
E se non funziona? Beh, sarebbe affidato stabilmente ad un’altra famiglia o ad una struttura.
Zatti e Natoli
“Ma quale sindrome da alienazione parentale? E’ solo una teoria scientifica che non giustifica l’allontanamento di un bambino di otto anni dalla mamma”.
Ed alle due, dà manforte l’Avvocato Alessandra Capuano Branca, consulente della commissione parlamentare sui femminicidi, esperta di diritto di famiglia e in questo caso, legale della mamma del piccolo in questione:
“E’ una decisione sconcertante”.
La vicenda famigliare
E’ la storia di una relazione finita male tra due persone colte ed affermate che non si vogliono più.
Di mezzo, però, c’è il bambino e, anche dopo la chiusura della relazione, secondo quanto la donna avrebbe denunciato ai Carabinieri, l’ex sarebbe stato l’autore di maltrattamenti in famiglia e pressioni di ordine psicologico anche davanti al figlio.
Archiviata l’accusa per maltrattamenti che prevedeva anche il divieto di avvicinamento alle parti offese, poi sarebbe stato l’ex a denunciare torti a sua volta subiti.
Tra i due litiganti, intanto, il bambino non vorrebbe più vedere papà.
Secondo il padre, però, il piccolo sarebbe condizionato dalla mamma la quale a sua volta ribatte che la paura è motivata dal fatto che quello avrebbe assistito e subito lui stesso diversi comportamenti aggressivi e violenti.
Probabilmente non sapendo più a chi dare retta, il Giudice ha nominato un consulente tecnico il quale ha sentenziato che il bambino soffre di alienazione parentale, sindrome che ora giustificherebbe l’allontanamento dai genitori. E’ giusto?
C’è chi dice si, c’è chi dice no
Dalla parte del si sono le Istituzioni, i “parrucconi” delle aule coi loro consulenti ed i servizi sociali.
Dalla parte del no sono Maria Zatti ed Emanuela Natoli che commentano:
“Ancora oggi, nonostante anni di battaglie, denunce pubbliche e strumenti giuridici esistenti, accade che una donna che trova il coraggio di denunciare un ex compagno violento venga esposta a una violenza ulteriore, spesso ancora più devastante: una violenza che colpisce lei e, soprattutto, i suoi figli, mentre i minori continuano a essere le vittime più esposte e indifese di questo sistema. È un copione che si ripete da anni. Ma a questo copione non possiamo e non vogliamo rassegnarci”.
L’alienazione parentale
“La cosiddetta alienazione parentale – continua il comunicato congiunto delle associazioni “Donna chiama Donna” e “Movimentiamoci per Vicenza” – non è riconosciuta né dal Ministero della Salute né dal Ministero della Giustizia ed è ampiamente sconfessata dalla comunità scientifica internazionale. È pertanto inaccettabile che continui a trovare spazio nelle aule dei tribunali, dove viene utilizzata come strumento ritorsivo contro le donne vittime di violenza e contro i loro figli, che la società ha il dovere di proteggere.
Nel caso di Vicenza, un minore è stato sottratto alla madre sulla base di una perizia ed assistiamo ancora una volta all’applicazione rigida e ideologica del principio di bigenitorialità anche in presenza di un padre maltrattante e di un rifiuto espresso dal bambino.
Ciò significa infliggere ulteriore violenza di stampo autoritario, che non ha nulla a che vedere con la tutela.
In questi contesti, il rifiuto del minore viene troppo spesso attribuito a una presunta manipolazione materna, senza mai considerare seriamente l’ipotesi più semplice e più frequente, cioè che il bambino abbia veramente paura”.
(In copertina, da foto d’archivio un bimbo impaurito)
Buon senso, insomma
Già, la conclusione più semplice sembrerebbe anche verosimile se non fosse che le cose semplici non stanno di casa in Tribunale, come spiega bene un detto che in veneto fa: mèio sorcio in boca al gato, che par man de un avocato.